Circa 6 milioni e 400mila donne italiane tra i 16 e i 75 anni (31,9% del totale) hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale. Le aggressioni fisiche colpiscono il 18,8% delle donne, quelle sessuali il 23,4%. Il 5,7% ha subito stupri o tentati stupri. Il 26,5% delle violenze è perpetrato da persone vicine o conoscenti (parenti, amici, colleghi). Il 12,6% delle donne è stato vittima di violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex. A queste si aggiungono la violenza psicologica (17,9%) e la violenza economica (6,6%).
Con la recente pubblicazione del Rapporto ISTAT su “La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia”, è stata proposta una fotografia allarmante della situazione italiana da cui emerge che le giovani donne risultano essere particolarmente colpite, spesso da partner o ex partner, in relazioni dove proliferano dinamiche di controllo e manipolazione emotiva. Stereotipi e dipendenze relazionali contribuiscono a normalizzare comportamenti abusivi.
Inoltre, la violenza si manifesta sempre più attraverso i canali digitali (molestie online, diffusione non consensuale di immagini, minacce), rendendo urgente l’aggiornamento degli strumenti di prevenzione e tutela contro queste nuove forme di abuso online.
Con piacere ospitiamo una significativa riflessione di Silvia Cutrera, coordinatrice Gruppo donne FISH che evidenziato il merito dello studio ISTAT di fare luce sulla maggiore vulnerabilità delle donne con problemi di salute, disabilità o condizioni croniche. Queste donne, circa 6,5 milioni, subiscono violenze fisiche o sessuali in misura superiore alla media (36,1% contro il 31,9%). Il rischio aumenta drammaticamente per chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%) o per chi ha limitazioni gravi (39,4%).
Nonostante queste informazioni, l’indagine ISTAT , sottolinea la rappresentante della FISH, presenta un limite significativo: la mancanza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità. Ecco il testo:
“Questa lacuna è ben più di un problema tecnico; è un nodo politico e sociale. Impedisce di comprendere la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, le quali sono esposte al rischio di violenza non solo dal partner ma anche in altri contesti di maggiore dipendenza. Fattori come la ridotta autonomia, le barriere sociali e la minore accessibilità ai servizi aumentano i fattori di rischio e rendono più difficile denunciare.
Senza una raccolta strutturata che incroci in modo completo genere e disabilità, queste vittime rischiano di rimanere statisticamente invisibili. Questo ostacola l’elaborazione di politiche pubbliche realmente inclusive, capaci di modellare interventi sui loro specifici bisogni.
Per contrastare efficacemente la violenza di genere, non è sufficiente agire dopo che il danno è stato compiuto. La prevenzione è il vero fulcro di una strategia duratura, che deve agire sulle radici culturali, sociali e strutturali del fenomeno.
Questo richiede un impegno su più fronti:
- Educazione al rispetto e al consenso fin dall’infanzia e in tutti i cicli scolastici;
- formazione continua per tutti gli operatori sociali, sanitari, educativi e delle forze dell’ordine;
- campagne di sensibilizzazione che smantellino stereotipi sessisti e rappresentazioni che normalizzano l’abuso;
- maggiore accessibilità ai servizi per le donne con disabilità o problemi di salute;
- prevenzione digitale per affrontare le nuove minacce online.
